L’architettura dei 5+1AA è una architettura umana, sensuale, poetica. Cerca di contestualizzare il proprio segno, senza partire da uno stile stabilito. Ogni progetto è diverso dall’altro, così come lo è ogni individuo. Ma poi gli individui vivono assieme.
Avevo sempre sentito parlare dell'approccio progettuale dello studio genovese, avevo incontrato i loro lavori nel mio lavoro giornalistico e tempo fa decisi di chiamarli per averli in trasmissione, a Design.book.
Non riuscivo effettivamente a identificare una linea comune, si potrebbe dire "la firma" nel loro lavoro, passando idealmente dalle opere note (frigoriferi milanesi, la torre orizzontale di fiera a Milano, il Ministero degli Interni a Roma e via dicendo) ai piccoli ma preziosi interventi di piazze o ricostruzioni come San Giuliano di Puglia con Annalaura Spalla, a sua volta mia ospite dell'allora Case & Stili.
Ero curioso di conoscere i protagonisti di queste architetture "diffuse, etiche e consapevoli", volevo capire come fosse possibile, oggi, realizzare grandi interventi e parlare di "dubbio", "umanizzazione", presa di distanza dell'adagio "stupisci o crepa".
Ecco, allora, che incontrare Gianluca Peluffo, uno dei soci fondatori (con Alfonso Femìa) mi ha fatto capire, in un attimo, tutto quanto. Innanzitutto aveva rimandato la registrazione per esami in università e subito dopo si era premurato di trovare un'altra data. Già questo lo avevo trovato molto corretto. Poi, a telecamere accese, si è instaurato un dialogo molto pregnante e sono uscite le parole chiave della loro architettura, che oserei definire "politica".
Una impressione non estemporanea, confermata dalla successiva registrazione nel loro studio e nelle loro case di una puntata di A2, a Genova, dove l'incontro con l'altra metà dello studio, Alfonso Femìa, ha confermato, pur da punti di vista differenti e a volte complementari, l'approccio dei 5+1AA al mondo del progetto. Sono amici dall'università, hanno animi e propensioni complementari, tifano per squadre differenti (non in ambito genovese), e sembrano veramente essere un tutt'uno quando si tratta di decidere.
Anche se proprio sul decidere, sul dubbio, sullo scegliere di non scegliere basano l'iter del loro progetto.
La loro architettura arriva in tempo utile ma si protrare fino alla fine: "Per ottenere questi risultati, con un budget relativamente limitato – afferma Femìa alla recente inaugurazione a Cormano, Milano, del museo del bimbo e del giocattolo, Bì – occorre mantenere alta la tensione fino alla fine".
Una architettura la loro che va spiegata, della quale occorre appropriarsi. Sensuale, umana, poetica, contro personalismi, spettacolarizzazione, decontestualizzazioni.
Importanti critici hanno parlato di architettura "adattativa", che non ha cifre, stilemi, soluzioni preconfezionate, che portano a esiti inattesi.
I loro sono edifici quali "macchine per osservare il reale", improntati a una alta rettitudine morale.
In tutto ciò non manca il gioco e lo scherzo, che spesso attuano tra loro per stemperare e per fare passi avanti. E alla classica domanda su cosa sia il bello per loro rispondono all'unisono: "il bello è uno spazio tra due opposti".
Un adagio internazionale, come è il respiro dei loro progetti. Hanno deciso di tornare a Ovest, aprendo uno studio a Parigi, e ponendo base a Milano, dichiarando una appartenenza culturale e declinando l'architettura in un luogo con storia e contesto, molto lontano dalle famose cattedrali nel deserto, ma anche da "deserti di cattedrali".
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