L’intervista impossibile di Giorgio Tartaro ad Achille Castiglioni: le sue parole attraverso gli scritti che ci ha lasciato e dalle sue opere.
Maestro i suoi oggetti hanno rivoluzionato il nostro panorama domestico, hanno scritto la storia del design...
Sento molto il rapporto di reciproca simpatia tra chi progetta e chi adopera. Questo rapporto è molto importante e credo sia una delle guide del mio, nostro modo di operare nel campo del design e dell’architettura (con il fratello Piergiacomo, ndr).
Come si impara a progettare? Lei ha studiato architettura a Milano e ha una intensa attività didattica...
Stavano bombardando Milano... Ci hanno laureato in fretta e furia. La mia è una laurea di guerra...
Ma ci saranno delle linee guida nel suo approccio al progetto...
Bisogna progettare partendo da quello che non si deve fare, per poi trovare, alla fine, quello che bisogna fare.
Ho insegnato per qualche tempo, ma il mio non è stato solo un insegnamento teorico. Ho cercato di fare capire la ricchezza delle forme degli oggetti quotidiani.
Nel creare questo suo immaginario scenario, lei raccoglie anche oggetti trovati. Il suo studio è zeppo di “reperti”. E per il suo approccio al progetto si è scomodato il “Ready Made” duchampiano.
Faccio raccolta di questi oggetti trovati, conservo un po’ di tutto, oggetti soprattutto anonimi. Li tengo da parte, soprattutto quelli che dichiarano una immediata intelligenza progettuale. Sono così curioso che a volte vado a casa di amici e apro i cassetti per vedere come sono fatti.
A proposito di anonimato e di firma, lei ha sempre sostenuto che il design è opera collettiva...
Un progetto di design è frutto di uno sforzo comune con specificità differenti. Il designer fa la sintesi tra queste competenze, dall’imprenditore, al tecnico, alle maestranze. Oggi tutto è design. Beh, sa qual è l’oggetto che ho disegnato e che preferisco? Un piccolo interruttore anonimo, che usano tutti gli elettricisti e non sanno, giustamente, che è mio... Mi piace il rumore che fa.
Dopo tanti anni, successi e icone, una certa esperienza può portare a inconsci automatismi nel progetto?
Vede, l’esperienza non dà certezza, né sicurezza, ma anzi aumenta la possibilità di errore. Occorre iniziare ogni volta da capo, con molta umiltà, ed evitare che l’esperienza non si tramuti in furbizia. La strada, il cinema, la TV, sono luoghi dove si impara a osservare criticamente. Il designer deve soprattutto essere curioso. Occorre osservare i gesti ovvi, gli atteggiamenti conformisti, le forme scontate... per scoprire che si può fare altro.
Come si pone nei confronti di un altro termine imperante, creatività?
Beh, questa è facile: le rispondo citando Calvino: “Per me la creatività, di cui si parla molto, è come la marmellata. E’ buona e bella, ma se non c’è sotto la fetta di pane ben fatta, cola, ci si sporca e non la si può mangiare”. Ecco, noi purtroppo facciamo tanta marmellata e poche fette di pane.
Alcuni progetti dello studio Castiglioni sono stati realizzati anche parecchi anni dopo la loro presentazioni. Erano troppo in anticipo sui tempi?
La messa in produzione di alcuni oggetti, la loro immissione sul mercato, dipende da molti fattori. Normalmente progettiamo con un’azienda, dentro un’azienda. Ed è il progetto che preferisco, che preferiamo. Ma con mostre e allestimenti abbiamo ancora qualche margine per sperimentare, innovare, magari anche stupire, come nel caso di quella mostra a Villa Olmo, a Como, per la quale nacquero oggetti ludici e spaesanti... Mezzadro, Allunaggio e via dicendo.
Una delle più belle e azzeccate definizioni della sua figura progettuale recita: Achille Castiglioni, il Presidente della Repubblica del Design. Che ne pensa?
Bah, non esageriamo. Ma fa piacere... che il design sia una repubblica, soprattutto.
Di Giorgio Tartaro






