Franco Albini (Robbiate, 17 ottobre 1905 - Milano, 1 novembre 1977) è stato uno dei più rappresentativi architetti italiani del XX secolo aderente al Razionalismo italiano.
Albini incarna l'ideale di un architetto completamente immerso nella contemporaneità. Parlare della disciplinarietà del design, dell'architettura o dell'urbanistica per Albini non avrebbe avuto senso, egli fuse in sé le tre dimensioni secondo un indirizzo umanistico che lo accomunò ai principali maestri del Movimento Moderno. La sua ricerca si mosse su questi campi con rigore e con notevole coerenza durante la carriera durata quasi cinquant'anni. La sua architettura mirò sempre alla coerenza, piuttosto che alla moda del momento; per questo tra la produzione di prima e dopo la guerra non si legge una vera soluzione di continuità e l'architetto rimase fedele a quelle scelte compiute in gioventù.
Quella che ora vi proponiamo è un'intervista impossibile che Giorgio Tartaro ha realizzato, pensando alle possibili risposte dell'architetto avrebbe potuto dare, basandosi sui suoi scritti. Un modo originale per scoprire il pensiero e lo stile dei grandi designer del passato.
Giorgio Tartaro: Sono tante le immagini di architetture, mobili, oggetti, allestimenti che, soli, evocano il suo nome. C'è però quella "Stanza per un uomo", progettata nel 1936 per la VI Triennale, che per la sua metafisicità è idolatrata dai contemporanei. Perché secondo lei? Franco Albini: Occorre costruire i vuoti, essendo aria e luce i materiali da costruzione. Ho pensato in quel caso a un eremita moderno. Un letto sospeso, un vogatore, il posto per le camicie... In pochi metri quadri ho risolto tutti i bisogni di un individuo.
GT:Lei ha vissuto un periodo politicamente difficile ma culturalmente forse irripetibile. FA: Sì, credo di aver vissuto un'epoca irripetibile di collaborazione tra pittori, grafici, designer. Noi tutti uniti dalla stessa visione sociale e morale dell'arte. Non volevamo fare solo prodotti belli da vendere, ma anche utili. Sognavamo un'arte e un'architettura che fosse per tutti, quindi ridotta all'essenziale, fatta al minimo possibile.
GT: Nella sua storia gioca un ruolo fondamentale il sodalizio con Franca Helg. FA: Sicuramente. Vede, io avevo la testa nel progetto, sempre. Prima di conoscere Franca Helg capitava che a fine mese i soldi non bastassero... Mi dimenticavo di fare le parcelle.
GT: Lei ha portato molto ordine nello studio. Ed è noto per aver sempre condotto una vita decorosa ma modesta... FA: Se c'è una cosa che proprio non ho è il senso del possesso. Ho sempre abitato in affitto, nonostante gli amici mi esortassero ad acquistare un appartamento negli edifici che ho costruito. La proprietà non rende liberi, anzi, obbliga ad occuparsi delle cose! Il mondo non lo devi limitare con la proprietà, altrimenti non lo vedi più!
GT: Renzo Piano, suo pupillo, la chiama "maestro". Quale crede sia la lezione più attuale di Albini? FA: Credo che la cosa più importante sia non celebrarsi mai. Per quanto riguarda il progetto, l'aver sempre seguito un metodo progettuale, passo dopo passo. Mi considero un artigiano come approccio al progetto. Badi bene, un metodo, non uno stile, una parola che non sopporto. Per questo non posso sentir dire "mi piace" o "non mi piace". Tutto deve avere un senso, essere conseguente. Vede, io ho la "r" moscia e quando si parla di progetto in studio il mio tormentone è: "ma perché?". E so per certo che qualcuno mi prende in giro. Non fa nulla. Per quanto riguarda l'insegnare... beh, credo di aver insegnato soprattutto facendo.
GT: E questo concetto immanente della leggerezza e della luce? Nelle architetture, scale, librerie che ha progettato? FA: Molti dicono la leggerezza delle Lezioni Americane di Calvino, l'arte di Rauschenberg, il cinema di Antonioni, la leggerezza di Nono, Berio... Non lo so, per me quella che ho dato alle mie architetture, agli oggetti, è l'unica forma possibile. Un ardimento sperimentale che Gio Ponti ebbe a definire "pericolosissimo". Vero è che per me l'architettura è fatta di elementi in tensione tra loro, dove il giunto gioca un ruolo fondamentale. Qualcuno dice che in ciò il mio lavoro è attuale, nell'utilizzo espressivo della tecnologia. Una tensione che scaturisce anche dallo scontro tra il materiale e la volontà di piegare questo materiale. La modernità consiste, per me, non nella trovata del materiale inusitato ma nell'applicazione comprensiva e intelligente di un materiale sincero. Comunque ho seguito personalmente in toto ogni mio progetto, e questo significa molto nell'esito finale.
GT: Se dovesse salutarci con un motto? FA: Non amo queste cose... Comunque, direi "fare tanto con poco", e poi, vediamo, "assoluta complicità tra storia e presente".
I pezzi di design di Franco Albini:
Poltrona Margherita - designer Franco Albini
Poltroncina PT1 Luisa - designer Franco Albini
Tavolino di servizio TN6 Cicognino - designer Franco Albini
Libreria LB7 - designer Franco Albini
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