Total look nella Capitale
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"Non avere paura del vuoto, lavorare, anzi, sui volumi, piuttosto che su ciò che questi contengono; sui coni visivi e sulle diverse prospettive che si hanno degli ambienti da più punti di vista, senza caricare gli ambienti stessi. Ambienti aperti e condivisi, senza barriere tra le diverse funzioni: abitativa, professionale ed espositiva". Così riassume le linee guida della sua casa Marta Fegiz, professionista nella progettazione di spazi verdi, nel restauro di giardini storici e nell'inserimento ambientale di edifici industriali, oltre che gallerista.

La sua casa ne rappresenta tutta la poliedricità, quel dichiarato universo abitativo, professionale ed espositivo in cui ha saputo trasformare una vecchia carrozzeria a Roma, in Borgo Pio, proprio alle spalle di San Pietro. Affiancata, nel recupero e ridestinazione del manufatto, dall'architetto Firouz Galdo per la parte architettonica, dall'architetto Carlo Fegiz e dall'ingegner Francesco Surace per la parte strutturale ed impiantistica, Marta ne ha curato l'interior design e il terrazzo, con vista sul Cupolone.

In planimetria, la struttura rettangolare evidenzia uno sviluppo orizzontale sequenziale di zone e funzioni: la galleria, lo studio, il giardino e, infine, l'abitazione vera e propria. La particolare altezza dell'edificio ha permesso, inoltre, una suddivisione verticale in piano terra, piano primo e terrazzo, oltre alla già esistente cantina. Si è trattato di un progetto di sottrazione, incentrato sui tagli verticali del patio-giardino, coperto da un lucernario apribile e zona filtro tra gli spazi delle attività professionali e quelli privati, e del blocco scale di collegamento tra i diversi piani; tagli che lasciano leggere lo sviluppo in altezza fino alla terrazza.

La luce entra nel progetto da protagonista, inondando gli ambienti dai lati e dall'alto, disegnando volumi purissimi, dai materiali rigorosi. Da un punto di vista strutturale, i volumi sono rimasti gli stessi, avendo cura di ripristinare i lucernari; è stato effettuato un taglio nel solaio per alloggiare la scala, dal piano terra al terrazzo. Appassionata di fotografia, strumento essenziale del suo lavoro di progettista, Marta Fegiz se ne serve per indagare e fissare forme, luci e colori di ciò che si vede, per esercitare lo sguardo su visioni inconsuete o inattese. Gli interni della sua casa interpretano in pieno la sua ricerca, con sfondi e prospettive mai sclerotizzati, inquadrabili da punti di vista diversi e, per questo, cangianti e dinamici.

Materiali assoluti, quasi primordiali, come la resina cementizia monolitica e il parquet a listoni di rovere del pavimento, la scala in ferro e gli infissi in ferro e vetro si confrontano con i pochi e ben dosati elementi d'arredo. La libreria è stata realizzata con scaffalature industriali; la cucina, di Pedini, è una scultura di acciaio, marmo e colore; tavoli in ferro e tavoli bassi in cemento e resina sono di fattura artigiana; i divani sono di Valentini e le luci provengono dai cataloghi di Martinelli, Tronconi, Artemide. Scelte che la proprietaria ha curato personalmente, in assoluta coerenza con il progetto architettonico e con le esigenze della sua famiglia. Gli spazi sono stati mantenuti il più possibile aperti e comunicanti, sia in senso orizzontale, con l'unico, parziale divisorio costituito dal setto in rosso che fa da spalla alla cucina, che in senso verticale, grazie anche alla scala a giorno, priva di sottogradi.

Quella che, nella destinazione precedente, era una cantina, è oggi un bagno dalle atmosfere pompeiane, con la vasca realizzata in opera in cemento e resina, rifinita in mosaico Bisazza, con accesso dalla scala. La creazione di soppalchi ha consentito di ricavare la zona notte padronale e la zona notte per i figli, con i relativi servizi. Si è, così, concretizzato un progetto che non trascura nessuno spazio fisico, in cui il rigore geometrico viene interrotto dall'uso del colore, dal contrasto tra macchie cromatiche, volumi e texture.

Invenzione nell'invenzione è il patio-giardino, diaframma tra la casa e lo studio, in cui Marta Fegiz sperimenta una nuova filosofia: "Per troppo tempo i giardini sono stati pervasi dal cliché della mimesi naturale; bisogna osare artificialmente, creando elementi di forza grafica ed espressiva". Come il metafisico albero, appunto, colto nella fissità di un fotogramma, immobile ed eterno nella sua nudità di foglie, perfino astratto, ineludibile protagonista di un progetto nuovo.




articolo del: 18/10/2011


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