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All’interno del Parco Reale della Mandria a Torino una dimora davvero suggestiva.

Vivere nel Parco Reale della Mandria 

Quando paesaggio e intervento dell’uomo si fondono in completa armonia, il risultato è sempre strabiliante. Ancor di più se il paesaggio o, meglio, il contesto, è quello del Parco della Mandria, a Torino, un tempo riserva di caccia dei Savoia ed oggi ecosistema forestale Patrimonio dell’Unesco. Al suo interno, tra i campi da golf, un complesso residenziale di cui fa parte la villa che l’architetto Cristiana Ruspa ha inserito in un progetto verde integrato. La costruzione, già esistente, ha acquisito nuove dimensioni, con terrazze e verande che le hanno permesso di proiettarsi verso l’esterno, senza stravolgere il suo carattere architettonico ma anzi esaltandone le geometrie, e che sono divenute, al tempo stesso, elementi caratterizzanti del progetto giardino, applicate ad entrambe le unità abitative della villa, quella padronale e la dépendance.

Il progetto della villa

L’architettura rigorosa dalle grandi vetrate, che cercano di portare all’interno lo spazio esterno”, racconta Cristiana Ruspa, “mi ha suggerito di enfatizzare questo concetto, invertendolo e, quindi, di portare fuori lo spazio interno. L’idea centrale del progetto è stata proprio l’evoluzione all’esterno degli spazi abitativi, senza snaturare il carattere proprio e già ben definito dell’edificio principale”. Convinta che, per restare in armonia con un luogo, occorra imparare ad osservare la natura, l’architetto ha approfondito la sua conoscenza di giardini ed orti botanici viaggiando a lungo tra Italia, Inghilterra, Normandia, Germania, Francia, Olanda, India, Cina, Guatemala, Chiapas, Sud Africa, Indonesia e Seychelles, sviluppando una nuova filosofia di landscaping.

Lo stile e i materiali”, continua, “dovevano necessariamente essere del tutto coerenti con la preesistenza. Un ulteriore aspetto da tenere in considerazione, inoltre, era la volontà dei proprietari di creare, attorno alla casa, uno spazio asciutto, agevole da praticare anche quando, dopo una mattinata di pioggia, fosse tornato a splendere un gran sole, fondamentale per la vivibilità del giardino. Il legno (in questo caso pino di Svezia), mi è sembrato la scelta più logica, sia per la sua natura confortevole che per richiamare parte della struttura originaria”.

L’idea, allora, è quella di aggiungere moduli sul prato, come naturali estensioni degli interni. “Ho articolato i nuovi spazi in una serie di ampie terrazze, che consentono di vivere l’esterno adattandosi a svariate occasioni. Tutto è giocato su superfici estese e collegate, ma anche divise in aree distinte. Ho modulato lo spazio su livelli diversi, che danno movimento all’insieme con gradini che diventano sedute da usare in una serata tra amici o per una grande festa”. Gradini che includono il sistema di illuminazione, discreto e suggestivo, e che collegano zone differenti, a seconda delle funzioni e dell’esposizione solare.

Davanti alla cucina, la zona pranzo con tavoli e sedie di teak, ospita un giardino di aromatiche: salvie, rosmarini, santoreggia, basilico: essenze piacevoli e gustose da utilizzare in cucina. La zona che ospita il salottino, proprio di fronte al living, è arredata con poltrone in midollino intrecciato e funge anche da ricovero cuscini e candele durante l’inverno. Le piante completano l’arredo minimale. Un imponente carpine, uno degli alberi che si trovavano già sul posto, è stato integrato nei nuovi spazi, inserito in una aiuola ritagliata tra le liste di Pino di Svezia e rifinita con ciottoli bianchi. Grandi vasi di zinco si alternano con ritmo lungo il contorno del deck e ospitano cespugli di bosso nella classica potatura a sfera; intorno, sono stati messi a dimora aceri giapponesi, nelle varietà Senkaki, Sango Capu e Shishio”. Poi, grande spazio al prato, interrotto solo dalle maestose querce preesistenti, dalle semplici siepi di viburno o dalle macchie di hydrangee, le coloratissime ortensie.

L’arrivo dell’autunno accende di toni rossi il fogliame degli aceri, che diventa un ornamento discreto al grande salotto a cielo aperto. Con il calare della sera, i faretti ad incasso e l’illuminazione radente tracciano con discrezione il profilo del patio, illuminandone i dettagli, disegnando contorni, dislivelli, travi frangisole. Il mio intento”, conclude l’architetto, “è quello di creare giardini che possano rallegrarci e distoglierci da una quotidianità sempre più innaturale; che possano riportarci a quell’innocenza selvatica di quando correvamo in un prato, venivamo catturati da un profumo o rapiti dai colori dei fiori”.

Credits
di Alessandra Valeri
foto di Dario Fusaro
progetto: arch. Cristiana Ruspa

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