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Tra i tanti giardini fioriti presenti in Italia, questo di giardino di Piedimonte, nella piana reatina, è senz’altro uno tra i più eleganti. Un ambiente inatteso, volutamente nascosto, apparentemente spontaneo, che racchiude, tra ulivi e querce, una particolare collezione di rose curate personalmente da Rita Oliva e da suo marito. Tra le solitarie montagne e la popolata vallata si inserisce questo luogo discreto, che in ogni stagione è capace di sorprendere ed emozionare per i colori delle varietà di piante presenti, soprattutto rose.

Una passeggiata rilassante che testimonia la passione e l’amore di chi lo cura. “Sedici anni fa, quando mio marito mi ha mostrato il luogo di cui si era innamorato e dove, a qualunque costo, aveva deciso che saremmo andati a vivere, mi sono sentita a dir poco interdetta. Un posto isolato, alle spalle un enorme bosco con 150 olivi secolari che mi guardavano severi, come fossero guardiani del territorio e poi una grande distesa di cardi spinosi che crescevano indisturbati su un terreno di soli sassi“.

Così inizia il racconto di Rita, appassionata vivaista, ricercatrice di rose ancora sconosciute in Italia. “Sono sempre stata convinta del fatto che attraverso il giardinaggio si può giungere alla beatitudine ma, nel caso specifico, bisognava aver conosciuto quale sapore ha la follia… Nonostante tutto, ho capito che il mio progetto di vita altro non poteva essere che quello di vivere a Piedimonte, dove ho intrapreso l’attività vivaistica legata alle rose antiche, che ho seguito per sette anni, fino allo scorso novembre“.

Il giardino è il risultato di anni di lavoro: un impianto che ha rispettato l’atmosfera selvaggia, evitando terrazzamenti e prediligendo l’uso di scale con legno di recupero e pergole e pillard realizzati in pali di castagno; qualche siepe formale e molti bossi per dare struttura al progetto verde, intrecci di salice che incorniciano alcune aiuole, una nota di serenità quasi fiabesca intorno alle innumerevoli rose… Il giardino è circondato da una fitta siepe di piracantha, che lo protegge dal rumore e dagli affanni della città. Abbiamo fatto largo uso di essenze mediterranee, tutte autoctone: cisti, rosmarini, origani, lavande, salvie, artemisie, nepete tra cui si mischiano molti iris che, insieme agli olivi secolari, si esibiscono in sordina, giocando un ruolo secondario rispetto alle rose e presenti quasi soltanto per assecondarle, esaltare i loro rami flessuosi e ricadenti”.

Lo spettacolo è un vero piacere, per gli occhi e per l’olfatto. Fragranze diversissime: di rosa, di limone, lampone, mughetto, giaggiolo, caprifoglio, che ti avvolgono e accompagnano lungo un percorso in cui, sebbene le rose siano centinaia, non traspare alcuna monotonia. La collezione conta circa 380 varietà: rose botaniche e non, rampicanti o arbustive; tutte le classi, dalla gallica alle meravigliose tè e noisette, fino ai poco noti ibridi di rosa gigantea e alle dimenticate rose della nostra storia. All’interno di ogni classe, delle vere rarità: la sconosciutissima Ibrido di Castello, forse la più bella delle rose banksiae, creata nel 1920 dall’italiano A. Ragionieri; la Belle Blanche e la Nancy Haward del 1937, dell’ibridatore australiano Alister Clark: la prima bianca come il latte, la seconda rossa come il fuoco.

Appena nascosta da rami di ulivi, una quinta di querce secolari separa il giardino dal bosco. “E’ il mio angolo preferito, da qui si domina la vallata e si raggiunge un giardino segreto racchiuso da alberi da frutta, olmi, querce e una lunga siepe di rose botaniche. In questo punto abbiamo collocato la collezione delle rose storiche italiane, quelle di Mansuino, Aicardi, Bonfiglioli, Giacomasso. Un omaggio dovuto non solo ai nostri grandi ibridatori ma, e soprattutto, a chi mi ha fatto dono delle preziose gemme, il professor Gianfranco Fineschi, un nome famoso a tutti gli appassionati. Lui se ne è andato ma ci ha lasciato il suo roseto di Cavriglia. Un patrimonio di biodiversità famoso nel mondo”.

Credits
di Sara Lucci
foto di Marina Papa

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